Lo spirito del nostro desiderio nel u.lab-S.

 

La sfida è quella di imparare attraverso gli occhi dei giovani e compiere azioni concrete per il rinnovamento del sistema educativo.

Abbiamo intrapreso un viaggio di innovazione multi-locale con i team che stanno co-formando sistemi sociali più sostenibili ed equi in tutto il mondo. Questo viaggio è il primo u.lab-S: Societal Transformation Lab del Presencing Institute. E’ una piattaforma di ricerca per la trasformazione profonda dei sistemi e una una comunità di 300 gruppi di lavoro. Lo dirige Otto Scharmer, fra i più innovativi studiosi internazionali di change management, docente del Mit di Boston alla Management Sloan School. «La possibilità di un profondo rinnovamento personale, sociale e globale non è mai stata più reale di oggi», sostiene Otto Sharmer. «Per il futuro ci è richiesto di attingere a un livello più profondo della nostra umanità».

Mi piacerebbe usare la metafora di un viaggio. Ci accompagneremo l'un l'altro in questa avventura.

Ci sono viaggi che sono iniziatici e altri diventano quasi un rito ripetitivo che conducono sempre allo stesso posto. C'è anche un altro tipo di viaggio guidato da qualcuno in cui si sa da dove si viene e dove si sta andando, ma si rischia di affrontare l'imprevisto, l'imprevedibile che si presenta lungo il percorso.

Nel nostro fare gruppo ci muoviamo tra vicinanza e distanza. Mi chiedo se l'immediato è vicino…

Qual è la distanza allora? la parola indica lontananza. La vicinanza e la distanza sarebbero solo misure spaziali o parlano di qualche altro problema? La soppressione della distanza non porta necessariamente alla vicinanza. Non si tratta di evitare ciò che è problematico, ma di metterlo in funzione.

È il nostro impegno, tenere in questo nuovo percorso una vicinanza nel lavoro condiviso nonostante i molti o pochi chilometri che ci separano. Il che sarebbe riposizionare il problema nella dimensione del compito. Che ci avvicini la produzione, la ricerca, l'apprendimento; rapportarsi con gli altri, non solo perché ci vogliano bene o accettino, ma per il piacere della produzione, in cui l'altro in qualche modo opera.

Confidiamo nella capacità creativa e produttiva di un gruppo, nonché nella speranza, nella gioia emanate dal lavoro collettivo. Comprendiamo i gruppi come un luogo in cui imparare a pensare e pensare con gli altri è una porta alla allegria. Questo modo di fare è una pratica: e -come tutto ciò che conta- viene costruito passo dopo passo, usando nuovi pezzi ma anche materiali in disuso, resti, briciole. Il risultato è sempre una scoperta.

Credere nei gruppi significa nutrire la convinzione che in un gruppo si produce qualcosa di nuovo che sarebbe impossibile in solitudine. È un marchio particolarmente prezioso in tempi individualisti. Credere nei gruppi e nel loro potenziale non è privo di effetti sulle nostre pratiche; propizia la produzione e la creazione del nuovo e soprattutto di un protagonismo collegato –enlazado-.

Sorge una sfida ogni volta che lavoriamo in gruppo: avvicinarsi alla complessità dei gruppi e ancor più dell'anima umana. La nostra opportunità? quella di un incontro produttivo.

Non è lo stesso essere un turista che un viaggiatore –viajero-; di turisti il mondo è pieno ma essere un viaggiatore implica poter trovare una dimora –morada-.

Speriamo di essere tutti noi all'altezza delle circostanze nel senso di ciò che Jacques Lacan ha chiamato non insegnare ma trasmettere. Si trasmette di più per quello che si è che per quello che si dice; la presenza, il desiderio e l'impegno riguardo a ciò che si fa, da dove si parla, a ciò che viene trasmesso. Per questo viaggio scelgo l’immagine del nastro di Moebius. Se ci fosse una trasmissione, sarà conosciuta solo a posteriori. Oltre la linearità del tempo, il futuro retroattivamente sempre (ri)significa il precedente. Speriamo anche di poter soffermarci sulle diverse questioni per permetterci di fare domande e darci l'opportunità di riflessioni imprevedibili e sorprendenti.

Lavoreremo su nuclei teorici e risorse tecniche sviluppati dal PI ed elaborati da noi tutti. Per ciò non pretendiamo di essere "specialisti" perche equivale a racchiudersi in un terreno che riduce l'universo a un frammento. Preferiamo la costruzione congiunta.

Sappiamo che l'impazienza porta gli esseri umani a cercare scorciatoie nella ragione; vi invitiamo a accogliere il ritardo in modo di fermare la ricerca disperata che a volte ci abita -nos habita-. Che le risposte possano essere anche ritardate, per permetterci di abitare la domanda come esperienza.

In un mondo come questo attuale, che spinge all'individualismo, il nostro tentativo è di operare per ricollegare questa idea che “il mio” - quello che credo sia unico – è, nella sua singolarità, un effetto sulle conquiste del lavorare con gli altri.

Diversità? Multidisciplina? Transdisciplinare? Epistemologia convergente? Preferisco l'idea di pensare nell’intersezione. Ci avviciniamo al dispositivo di gruppo come sapere fatto di intersezioni. Nei gruppi si impara a pensare solo in questo modo. Non si tratta di un ecletticismo o una ricomposizione di tutto con tutto, ma è un pensiero basato su una logica che non è sufficiente per se stessa, quindi ha bisogno del punto di intersezione tra conoscenze ed esperienze diverse. È in esso che si trova il suo potere. Questa premessa implica la rinuncia a qualsiasi purezza. A volte questa idea viene criticata, ma senza preavviso cercare la purezza del pensiero è allarmante. Quelli di noi che lavoriamo con gruppi conosciamo la complessità. Lavorare con la condizione umana e i suoi labirinti a volte aiuta a sfuggire al dilemma del pensiero e aprirsi al “poroso” e al congetturale. Nei gruppi si impara a pensare, a sopportare che l'altro pensi in modo diverso e soprattutto a tollerare le sfumature impercettibili della differenza con l'altro.

Un gruppo è quindi la sfida di scoprire o piuttosto di produrre nel conosciuto, nel solito, nel quotidiano in ogni giorno la piccola differenza con l'altro, e ciò che è molto più difficile è ancora produrre quella differenza con se stessi.

Allora l’invito è ad essere viaggiatori, non turisti, in questa avventura in comune.