Dal dire all’ascolto del silenzio -ripensare la nostra pratica.

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- In uno dei gruppi di quest’anno erano 25 persone. Ognuna di queste persone si è avvicinata con aspettative, intenzioni e situazioni personali molto diverse. Le situazioni vissute sono state intense da ogni punto di vista. Troviamo la sorpresa, lo stupore, l’incontro, il disaccordo, la paura, la desolazione, la costruzione e l’impossibilità di vedere percorsi comuni. Alcuni se ne sono andati e altri sono rimasti.

Questo gruppo ha risvegliato in me la necessità di riflettere sul senso di comunità e allo stesso tempo contemplare la propria singolarità. Mi ha fatto riflettere sulla nostra pratica e sull’importanza di accompagnare sia il “dire” che il “silenzio”.

Per poter seminare e coltivare la terra è necessario prima di tutto essere disponibili.

«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.» Italo Calvino

...O la domanda che ti fa rispondere, come Tebe attraverso la bocca della Sfinge.

Le città, come i sogni, sono costruite su desideri o paure e su conformazioni culturali che ereditano le interpretazioni più profonde su come realizzare i loro desideri e temprare le loro paure; sul discorso inconscio che governa le regole, anche se assurdo. Anche se le loro prospettive sono ingannevoli e ogni cosa nasconde qualcos’altro, come assonnati crediamo di essere padroni e liberi quando in realtà ripetiamo le coordinate dei nostri antenati.

Cosa ci mostrano oggi le nostre città? Per proseguire in questa riflessione penso che sia importante partire dalla ricorsività esistente tra il sociale e il soggettivo: come si costituiscono reciprocamente in un processo di trasformazione continua e l’incidenza che questi processi hanno nella nostra pratica quotidiana. Dal doppio processo, sociale e individuale, che in parallelo sussistono dove c’è gruppo.

Le società moderne sono in piena crisi. Questo si manifesta nella frammentazione, nella violenza, nelle differenze, nell’esclusione, nella vacuità, negli eccessi... Oggi ci troviamo di fronte ad una società in cui i valori e le norme sono praticamente sostituiti dal tenore di vita, benessere, comfort e consumo perché sono l’anestetico che ci allontana dall’essere consapevole di chi siamo. Siamo lontani dal ri-trovar-ci seguendo questa strada. Ogni giorno ci troviamo di fronte a nuove forme di sofferenza, isolamento e solitudine per proteggerci da tanta impotenza. Essere consapevoli ci fa soffrire, soprattutto quando non abbiamo le risorse sia interne che esterne per affrontare la realtà. Come difesa inconsapevolmente scegliamo nuove forme di isolamento e sofferenza camuffate di trend. La scienza e il progresso tecnologico propongono l’illusione di un dominio assoluto sulla vita umana e sulle sue circostanze, proprio perché ci promettono ciò che magicamente vogliamo, dandoci la concretezza di tutti i nostri desideri illusori. L’illusoria promessa dell’eternità crea un’immagine di “perpetua giovinezza” che porta alla perdita delle differenze sociali e generazionali, tutto ciò implica essere al di fuori di una reale narrazione di vita vissuta/reale. L’ossessione per l’immediato è la testimonianza che quello che meno vogliamo è fermarci a pensare. Non c’è possibilità di quiete, tutto regge sull’immediatezza e sul cambiamento continuo. Anche gli spazi di socializzazione sono messi in discussione e non possono essere sostenuti oggi come chiari luoghi di trasmissione di modelli di convivenza e di appartenenza.

Ogni soggetto in sé stesso parte dalla sua mancanza di libertà ontogenetica, dalla dipendenza strutturale data dalla prematurità dell’essere umano, dove l’organico sopravvive grazie all’amore dell’Altro, per cui inconsapevolmente ci uniamo al suo desiderio. Dal momento in cui il soggetto è nel campo dell’Altro, l’altro fa da struttura, perché l’Altro gli sta donando dei significanti che anticipano il soggetto che verrà. Solo allora c’è un secondo movimento di separazione in cui verrà prodotto qualcosa di nuovo, il marchio proprio. Il soggetto costruisce un rapporto speculare con l’altro. Diventare un essere umano consiste anche nel partecipare a processi sociali dai quali impariamo. C’è anche un soggetto che crea un mondo con gli altri e dove il soggetto è definito prima da un noi piuttosto che dal me. Dimensioni diverse che non si oppongono ma che possono essere integrate per rendere più complesso il campo della soggettività.

Quando dubitiamo di ciò che abbiamo osservato e pensato in precedenza, siamo gettati in un’esperienza partecipativa, dove come soggetti ci apriamo per essere una parte, cioè per essere in funzione con il resto. La nuova visione che acquisiamo ci rende strumenti di vita cedendo il posto alla funzione fluente che esiste in ogni esperienza partecipativa. Il singolare è una funzione del gruppo, del noi, che ci costituisce come soggetti aperti al flusso della vita che coinvolge tutti per trasmettere la sua forza vitale che viene costantemente ricreata.

In questo contesto di trasformazione permanente le nostre pratiche sono sfidate dal sociale, dove appaiono nuove forme di sofferenza. Per poter rendere conto di questa nuova realtà è necessario pensare dai bordi/margini del sistema in cui viviamo, di ciò che si conosce, in modo da non fermare la visuale in un’unica prospettiva, pensare senza fermare la situazione con un senso unico.

Possiamo tenere l’interrogativo aperto in noi stessi per creare le condizioni di possibilità affinché da questa quiete qualcosa emerga? Un rallentamento che apre uno spazio dove l’incertezza è sostenuta, senza risposte che la blocchino. Non c’è una narrazione capace di dare una traccia unica di esperienza di vita, cultura o soggettività. Siamo influenzati da ciò che consumiamo.

Ci sono storie al plurale. Il mondo è diventato estremamente complesso e le risposte non sono né semplici né stabili. Non siamo semplici riproduttori passivi di una realtà indipendente dalla nostra osservazione, così come non abbiamo la libertà assoluta di scegliere, senza restrizioni, la costruzione della realtà che realizzeremo. L’operazione attiva di costruzione/decostruzione che i gruppi umani fanno su ciò che sarà il loro universo coincide con il loro emergere simultaneamente come soggetti nello stesso processo di costruzione. Finché rimaniamo nel regno del conosciuto, possiamo continuare ad avvalerci delle nostre grandi verità che rendono il mondo controllabile. Sappiamo cosa sta succedendo, cosa deve essere fatto per cambiare questo o quello. Tuttavia, è nella rottura delle nostre teorie che appare evidente quanto questi costrutti siano insufficienti a descrivere la nostra realtà.

Quindi l’importante è con quale atteggiamento conosciamo/impariamo/interagiamo? È proprio come soggetti che osserviamo e poi identifichiamo qualcosa di utile e rassicurante? Lo facciamo come soggetti aperti alla partecipazione sempre affettuosa e amorosa del desiderio di crescita che ci fa migliori (arricchire) insieme agli altri? Questo anelito nasce da un campo indeterminato e potenziale con una propria forza che è in grado di generare qualcosa di nuovo. La sua condizione è di rispondere a ciò che è vissuto, che scorre e cambia costantemente. La creazione così intesa è singolare ma interpreta il desiderio comune di crescere (insieme a) con gli altri. Creazione solidale e comunitaria.

Oggi più che mai, l’atto creativo è valido come gesto terapeutico e di trasformazione sociale. Presuppone il pensiero di nuove forme che ci permettono di cambiare le strutture psicosociali, senza tanti determinismi teorici e ideologici. Lo spazio partecipativo, spazio di ciò che è messo in comune, è quello di essere parte di un tutto attraverso un’unione esperienziale. È il recupero di un senso e non di un significato, del senso di comunità. La comunità intesa come dono, come esperienza vissuta con l’altro dove è in gioco qualcosa di vitale. La comunità come necessità di trovare uno spazio per essere ed essere unito all’altro.

Quello che proponiamo è di recuperare lo spazio comunitario come possibilità di trasformazione ma anche come produzione di senso. Un senso inteso secondo il pensiero di Heidegger. Il senso non è ciò che deriva dalla comprensione di qualcosa, non è il concetto o l’idea che ci rappresentiamo, il senso è l’orizzonte e non ciò che ne è tagliato fuori, è ciò che senza apparire fa sì che tutto ciò che appare abbia profondità, che tutto ciò che si manifesta abbia spessore, che ogni parte manifesti il tutto e che il tutto si apra in ogni parte. L’emozione, commuoversi, è il modo in cui il senso si incarna in noi.

Che cosa è la comunità? Non esiste una definizione esatta, oggi autori diversi si interrogano su di essa e possono fungere da vettori. A che cosa serve la comunità se non è per essere attivo nel servizio agli altri?, affinché gli altri non si perdano nella solitudine? (M. Blanchot) Alla base di ogni essere, c’è un principio di insufficienza. L’essere, insufficiente, non cerca di associarsi con l’altro per formare un’unica sostanza ma di esistere verso l’altro che lo mette in discussione e lo rende consapevole dell’impossibilità di essere sé stesso come individuo separato. L’esistenza di ciascun essere rivendica l’altro o una pluralità di altri, quindi, una comunità.

Il filosofo e professore universitario Roberto Esposito si propone di definire la comunità a partire dal termine latino communitas ma sottolinea il significato di munus che non si riferisce al pubblico/privato ma all’idea di dono. Il dono che si dà perché deve essere dato e non può non essere dato. Prevale la reciprocità del dare, che determina un impegno tra l’uno e l’altro. Quindi, communitas è il gruppo di persone a cui ci si unisce, non una proprietà, non un bene comune, ma proprio un debito o un dono da dare.

"Se poi traduciamo l’etimologia del termine latino communitas, ne riceviamo una conferma (....): tale termine a sua volta da munus che significa ‘legge’, ‘ufficio’, o appunto ‘dono’ –e anzi, a differenza del vocabolo più generico ‘donum’, non il dono che si riceve ma esclusivamente quello che si dà per corrispondere a un debito precedente o presupposto. Ciò significa che i membri della comunità, piuttosto che da una appartenenza, sono vincolati da un dovere di dono reciproco, da un obbligo donativo, che li spinge a sporgersi fuori di sé, letteralmente a esporsi, e quasi a espropriarsi in suo favore.” -1

Nella comunità, i soggetti non trovano un principio di identificazione, né un recinto asettico all’interno del quale si stabilisce una comunicazione trasparente. Trovano quel vuoto, quella distanza, quella stranezza che li rende assenti da sé stessi: li rende “donatori a” in quanto essi stessi sono “donati da” in un circuito reciproco. La comunità non è, quindi, un modo di essere e meno di fare del singolo soggetto ma si la sua esposizione a ciò che interrompe la sua chiusura e la ribalta verso l’esterno. Questo modo di pensare la comunità indica la necessità dell’altro per avere accesso a ciò che è più proprio di sé, il vuoto che dà senso come manifestazione dell’Essere. Vuoto che è mistero davanti al quale l’unica cosa che rimane è tacere per ascoltare i suoi segni, mai per essere spiegati.

Aspiriamo quindi a recuperare una soggettività non alienata, cioè a recuperare la possibilità di libertà, anche a generare contesti dove nasce l’esistenza di un noi, a generare contesti dove ogni struttura precedente è messa in crisi costituendoci come soggetti aperti. Proponiamo un’altra forma di intervento che mira a costruire una rete di gruppo pur mantenendo la sua unicità. Cerchiamo di generare le condizioni di possibilità che lo spirito comunitario avvenga. Cerchiamo di partecipare con gli altri per generare nuove strade verso il futuro che contengono la speranza di cambiamento.

Italo Calvino disse: “le città come i sogni sono fatte di desideri e paure”. Ora potremmo aggiungere anche di aneliti.

 

 

-1: Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi.